Verificare le fonti

IN BREVE

Una fonte indicata dall’intelligenza artificiale non è automaticamente una fonte giuridica utilizzabile.

Prima di utilizzarla occorre verificarne esistenza, autenticità, pertinenza, contenuto, vigenza e corretta citazione.

La tecnologia può accelerare la ricerca; l’affidamento sulla fonte resta una decisione professionale.

Un sistema di intelligenza artificiale può indicare una sentenza, riportare una norma, recuperare un documento da una banca dati o costruire una risposta utilizzando fonti che gli sono state messe a disposizione. Nessuna di queste operazioni, però, trasforma automaticamente ciò che compare nell’output in una fonte giuridica utilizzabile.

Per l’avvocato il passaggio decisivo viene dopo: verificare la fonte.

È un’attività diversa dal controllare genericamente se la risposta dell’IA “sembra corretta”. Una fonte può esistere ma essere citata male; può essere autentica ma non pertinente; può contenere realmente la frase richiamata dall’IA, ma riferirsi a una fattispecie diversa; una norma può essere riportata correttamente ma non essere più vigente.

La verifica professionale richiede quindi più controlli distinti.

Una fonte recuperata non è ancora una fonte verificata

Abbiamo già visto che un modello linguistico genera testo sulla base di relazioni statistiche e che può produrre informazioni plausibili ma inesatte. Anche quando il sistema utilizza strumenti di ricerca o tecniche RAG, il problema non scompare.

Il RAG consente al sistema di recuperare contenuti esterni e di inserirli nel contesto utilizzato per costruire la risposta. È un miglioramento importante rispetto alla generazione fondata soltanto sul modello, ma recuperare un documento non significa verificarlo.

Il sistema potrebbe recuperare una decisione realmente esistente ma poco pertinente. Potrebbe attribuirle un principio più ampio di quello effettivamente affermato. Potrebbe utilizzare una versione non aggiornata di una disposizione oppure confondere massima, motivazione e commento editoriale.

Per questo, quando una fonte è destinata a entrare in un atto, in un parere o in una valutazione professionale, il controllo non può fermarsi alla presenza di un link o di una citazione.

I sei controlli sulla fonte

Percorso dalla fonte individuata alla fonte utilizzabile: verifica professionale attraverso esistenza, autenticità, pertinenza, contenuto, vigenza e corretta citazione.

Il primo controllo riguarda l’esistenza. La sentenza, la norma, il provvedimento o il documento citato devono esistere realmente. Numero, data, autorità e altri estremi devono corrispondere.

Il secondo riguarda l’autenticità. Non basta trovare online un testo che reca il nome di una decisione. Occorre risalire, quando possibile, alla fonte ufficiale o comunque a una banca dati giuridica attendibile e verificare che il documento corrisponda effettivamente all’atto richiamato.

Il terzo controllo è quello della pertinenza. Una sentenza può esistere ed essere autentica, ma riguardare una fattispecie diversa. Parole simili non significano necessariamente identità della questione giuridica. Vanno verificati fatti rilevanti, domanda, norma applicata, questione decisa e rapporto tra il principio richiamato e la controversia concreta.

Il quarto riguarda il contenuto. Se l’IA attribuisce alla Cassazione una determinata affermazione, occorre controllare che quell’affermazione sia davvero presente nella decisione e soprattutto comprenderne la funzione: è parte della ratio decidendi? È una ricostruzione delle tesi delle parti? È un richiamo a un precedente? È un passaggio incidentale?

Il quinto controllo riguarda la vigenza. Per le norme occorre verificare il testo applicabile ratione temporis, eventuali modifiche, abrogazioni, disposizioni transitorie e date di entrata in vigore. Anche una disposizione riprodotta letteralmente può essere inutilizzabile se riferita alla versione sbagliata della norma.

Infine occorre controllare la citazione: autorità, sezione, numero, data, estremi normativi e, quando necessario, collegamento con il documento originale devono essere corretti. Una fonte vera citata con estremi errati può diventare difficile da rintracciare e compromettere la verificabilità dell’argomentazione.

La verifica non nasce con l’intelligenza artificiale

L’obbligo professionale di controllare ciò che viene utilizzato nell’attività difensiva non è stato inventato dall’AI Act.

La legge professionale forense stabilisce che la professione deve essere esercitata, tra l’altro, con diligenza e competenza. La prestazione dell’avvocato implica inoltre un’attività intellettuale autonoma: acquisire informazioni, valutarle, selezionarle e decidere se e come utilizzarle.

La giurisprudenza disciplinare offre un esempio particolarmente significativo. Nella sentenza n. 164, deliberata il 22 maggio e depositata il 24 novembre 2014, il Consiglio Nazionale Forense ha esaminato il comportamento di un avvocato che aveva sollevato dubbi sull’autenticità di un provvedimento giudiziario senza effettuare una verifica che avrebbe potuto compiere agevolmente mediante un semplice accesso al fascicolo di cancelleria. Il caso è precedente all’attuale diffusione dell’intelligenza artificiale, ma il principio è estremamente attuale: quando la verifica è professionalmente necessaria, non può essere sostituita dall’assunzione che ciò che abbiamo davanti sia corretto.

L’IA modifica lo strumento attraverso il quale l’informazione arriva al professionista; non elimina il dovere di valutarla.

Il significato dell’articolo 13 della legge italiana sull’IA

Il quadro è oggi rafforzato dall’articolo 13 della legge 23 settembre 2025, n. 132.

La disposizione stabilisce che l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali è finalizzato alle attività strumentali e di supporto e deve avvenire con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione professionale.

Non significa che l’avvocato debba rinunciare alle capacità di ricerca, analisi o organizzazione delle informazioni offerte dall’IA. Significa piuttosto che la prestazione non può identificarsi con l’output prodotto dal sistema.

È il professionista che deve decidere quali fonti utilizzare, quale valore attribuire loro e quale argomentazione costruire.

Ed è proprio nella verifica che la distinzione diventa concreta.

La fonte può arrivare dall’IA. L’affidamento è una decisione professionale

Chiedere a un sistema di IA di individuare precedenti può essere utile. Utilizzare un motore di ricerca semantico può far emergere documenti che una ricerca tradizionale avrebbe richiesto più tempo per individuare. Un sistema RAG può consentire di interrogare rapidamente centinaia di documenti.

Ma queste capacità appartengono alla fase della ricerca e del supporto.

Il passaggio dalla fonte individuata alla fonte utilizzata nell’attività professionale richiede ancora il giudizio dell’avvocato.

La domanda corretta, quindi, non è soltanto “l’intelligenza artificiale ha trovato una fonte?”.

È questa fonte esiste, è autentica, è pertinente, dice davvero ciò che le viene attribuito, è vigente ed è citata correttamente?

Solo dopo questi controlli quella fonte può entrare consapevolmente nel ragionamento giuridico.

La tecnologia può accelerare la ricerca. Può ampliare l’insieme dei documenti esaminabili. Può aiutare a individuare collegamenti.

La verifica, invece, è dovere professionale.

L’IA PUÒ INDIVIDUARE LA FONTE → L’AVVOCATO DECIDE SE PUÒ ESSERE UTILIZZATA


Fonti

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